venerdì 4 agosto 2017

Recensione: Arcade Fire - Everything Now (2017)

Quinto album in studio per gli Arcade Fire, la band culto degli anni zero, a tredici anni da Funeral. Vediamo come suona.



Una premessa: gli Arcade Fire, da sempre e Dio sa perché, sono stati circondati da quell'alone di mito, di intoccabilità che solo i grandissimi, di cui spesso sono stati considerati gli eredi, godono. E questo si riverbera nella maggior parte delle recensioni che potete leggere in giro per il web; spesso simili a trattati di filosofia, si guardano bene dal parlare delle canzoni, se non attraverso paroloni da hipster sull'orlo della crisi isterica. Ovvio che così troverete nelle loro canzoni di tutto, dall'analisi della società in cui viviamo ai numeri per una fortunata sestina al Superenalotto.
Al sottoscritto, che si ostina ad ascoltare i dischi, peraltro più e più volte, ove necessario, senza considerare outfit, battage pubblicitario, hype e quant'altro, gli Arcade Fire sono sempre apparsi un buon gruppo pop rock, che negli anni ha sfoderato anche alcuni pezzi ottimi, caratterizzato dall'ansia di epicità e di creare ritornelli da stadio.
Parliamo quindi di Everything Now, disco che segue a distanza di quattro anni, Reflektor, lavoro per me estremamente deludente col suo approccio sintetico e plasticoso.

Everything Now ne riprende, ahimè, parecchie atmosfere e strumentazioni, oltre ai temi dell'immagine che caratterizza la nostra epoca e dell'esagerata accessibilità a qualsiasi cosa vi venga in mente permessa dalla tecnologia; due pezzi accennano anche al tema sempre spinoso del suicidio. Insomma, argomenti seri e, per me , condivisibili, anche se ormai al limite del clichè.
Tuttavia Everything Now a me non è dispiaciuto, o almeno l'ho preferito nettamente a Reflektor; il pezzo che dà il titolo all'intera raccolta è un bel brano ruffiano, quanto di più leggero Butler e soci abbiano mai inciso, tra Abba, ma manco tanto e Electric Light Orchestra, le due riprese che aprono e chiudono il disco sanno un po' di riempitivo. Così come le due versioni di Infinite Content, che se non altro hanno il merito di far apprezzare come possa cambiare un brano solo con l'arrangiamento.
I brani che seguono la titletrack mettono a dura prova la mia voglia di pigiare continuamente il tasto skip, una serie di episodi all'insegna dell'elettronica modaiola, dub, accenni in levare e qualche atmosfera caraibica onestamente evitabili. All'improvviso, quando, almeno per me, la speranza era perduta, una serie di brani che fanno ricordare la quasi grandezza del passato: l'intensa Good God Damn, la leggera Put Your Money On Me e la bella We Don't Deserve Love.
Un disco quindi a due velocità, che ognuno può interpretare a seconda dei propri gusti, ma che, per me, sancisce un periodo piuttosto confuso tra ritorno al passato, auspicabile, e tensione verso un futuro quantomai distopico.


Voto: 6

2 commenti:

  1. Gruppo forse sopravvalutato agli esordi e probabilmente sottovalutato ora.
    Anche a me Everything Now sta piacendo, e ben più di Reflektor. Non sarà un Capolavoro, però dentro di canzoni notevoli ce ne sono. La mia preferita al momento è Put Your Money on Me.

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    1. A me piace molto Good God Damn anche; ma, in sostanza, pareva dovessero spaccare il mondo e invece...

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