mercoledì 9 agosto 2017

L'intervista: The Cyborgs

Venerdì 11 agosto qui a Pescara ci sarà una delle pochissime occasioni per ascoltare del blues di qualità, visto che ormai da anni siamo rimasti orfani del Green Hills in Blues, il festival che si teneva ad Atri; ci sarà il Blue Blues festival.




Pur con un programma non troppo nutrito, vedrà comunque due bei nomi, i Cyborgs e Tolo Marton. Magari di quest'ultimo, piccola leggenda del chitarrismo italiano, parleremo prossimamente, ecco intanto la mia intervista ai Cyborgs, duo proveniente, almeno così ci dicono, dal futuro per spargere il verbo del blues, predicando un ritorno alla semplicità. I due, che si esibiscono col casco da saldatori, si fanno chiamare “0” e “1” come i simboli del codice binario su cui si basa la tecnologia del computer.
Dal 2011 hanno pubblicato tre album di inediti e Bios, una raccolta di classici del blues reinterpretati col loro particolare stile. Ascoltandoli vengono in mente ovviamente le numerose coppie blues rock che hanno incendiato il panorama musicale degli ultimi anni, dai White Stripes ai Black Keys, anche se, in realtà, i Cyborgs sono molto più ligi alla missione blues che si sono prefissati. Il loro suono, al di là di qualche tocco di elettronica piuttosto naif, è un robusto e grezzo boogie blues che al sottoscritto ha ricordato molto gli ZZTop e i Savoy Brown del loro periodo più duro. Molto spazio alla ritmica, con live infuocati dove è impossibile non ballare, anche se, specie nell’ultimo lavoro, Extreme Boogie, non mancano belle parti di chitarra solista.
Ecco le domande che abbiamo posto loro e le risposte che il loro staff ha dovuto tradurre in lingua comprensibile dal codice binario.
La prima domanda che viene da farvi, ovviamente, è chi si nasconde dietro le vostre maschere da saldatori, ma non penso lo direste proprio a me, quindi… Venite dal futuro ma vi rifate a un genere seminale come il blues, seppur filtrato attraverso istanze più moderne. Come spiegate questo apparente bipolarismo musicale?
Il blues è innegabilmente uno dei generi musicali più longevi. Una musica in continua evoluzione che contribuisce a creare sempre nuove frontiere. Il blues è il futuro.
Dai Black Keys ai White Stripes, passando per i nostrani Bud Spencer Blues Explosion, gli ultimi anni hanno visto un fiorire della scelta del duo blues rock. Secondo voi ci sono alla base motivi tecnici o anche economici? E voi perché avete scelto questa formula?
La musica è spesso lo specchio della società, e se analizzata con cura può descrivere mutazioni e cambiamenti sociali ed economici. Il fenomeno delle two man band, e del one man band, è un chiaro esempio di come la musica può seguire l’andamento di una crisi economica in atto in questo ultimo decennio, e se pensate che questo possa andare a discapito della musica vi sbagliate. Il blues insegna.


Il vostro sound è molto compatto, specie nei primi due dischi, mentre nel terzo sembra avere un po’ più spazio la chitarra solista. Scelta più tecnica o di stile?
Ognuno dei nostri dischi è diverso. Le scelte sono dettate solo e unicamente dai brani. Sono le canzoni a decidere.
Il blues ha conosciuto molti periodi diversi, quasi uno per decennio, dal downhome di Robert Johnson alle scuole di Chicago con Muddy Waters e Buddy Guy, il british blues di Mayall e Clapton e l’heavy e hard di Cream e Led Zeppelin, fino alla rinascita degli anni ’80 con Stevie Ray Vaughan. Oggi sembra essere vitale soprattutto dal vivo. Qual è il vostro periodo preferito e quali le vostre influenze principali?
Il blues ha mille facce. Noi amiamo il blues delle origini, quello primitivo, quello del delta. Da qui siamo partiti seguendo tutto ciò che ha generato.
In un momento storico dove l’immagine sembra avere preso il sopravvento su tutto il resto, la scelta della maschera da saldatori. C’è un messaggio particolare alla base o pensate che non apparire, per assurdo, sia la vera trasgressione in un’epoca dove abbiamo visto davvero tutto?
Non c’è niente di trasgressivo nel voler essere anonimi. Oltretutto non pensiamo di indossare una maschera, bensì uno strumento di lavoro qual è il casco da saldatore.
Siete già al lavoro sul seguito di “Extreme Boogie?” Ci saranno evoluzioni nel sound?
Proprio in questi giorni stiamo lavorando al nuovo disco. Sarà pronto a ottobre, ma sarà dato alle stampe la prossima primavera.

domenica 6 agosto 2017

Live Review: Morcheeba @Arena del mare di Pescara

Mi sono recato al live dei Morcheeba pensando di trovare la tipica vecchia gloria appassita, ridotta a un palcoscenico non troppo prestigioso per fare un po' di cassa. E invece mi sono trovato davanti a una band di robusto rock psichedelico, trasfigurazione del blando trip hop di vent'anni fa.



Quando, qualche settimana fa, con un colpo a sorpresa è uscito fuori il nome dei Morcheeba come band clou dell’agosto pescarese, non posso nascondere di essere rimasto sorpreso. La scelta in sé mi è sembrata coraggiosa, i Morcheeba sono sì una band che ha venduto milioni di dischi nel mondo e che, a più riprese, ha goduto di grande popolarità anche nel nostro paese, ma questo accadeva molti anni fa e ora i Morcheeba, che per la cronaca si chiamano Skye and Ross, dopo la fuoriuscita di Paul Godfrey, sono tornati a essere un gruppo di qualità eccelsa, dalle sonorità fascinose e sorprendenti, ma tutt’altro che una band sulla cresta dell’onda.
Se poi pensiamo che la nostra città, specie quest’anno, tende ad attirare artisti che vanno un po’ a colpo sicuro, alfieri di un gusto nazional popolare forgiato davanti agli schermi televisivi, di indubbio richiamo e professionalità ma di qualità artistica altalenante, sono di questi giorni le esibizioni di Gabbani, Ermal Meta e Nek, i Morcheeba proposti peraltro come grande attrazione gratuita, mi avevano proprio sorpreso. Piacevolmente, devo dire.
Il gruppo, formato alla metà degli anni ’90 a Londra con l’incontro dei fratelli Paul e Ross Godfrey con la cantante e stilista Skye Edwards, fin dall’inizio si è imposto come versione più commercialmente appetibile dell’allora imperante trip hop di Bristol, fino a trasformarsi in band pop che miscelava in sé elementi svariati; l’hip hop delle basi di Paul, il funk jazz e il blues psichedelico della chitarra di Ross e la voce di Skye, particolarissima e carezzevole, vero punto di forza dell’ensemble inglese.
Il nome è un gioco di parole tra M.O.R. acronimo dell’espressione Middle Of The Road (centro della strada, ma anche una band inglese anni ’60) e cheeba, nome slang dato alla cannabis.
Dopo varie vicissitudini, liti e cambi di formazione, arriviamo al live di Pescara con Skye e Ross più che mai in sella.
E devo dire che la mancanza di Paul si sente eccome, tuttavia, almeno per il mio gusto personale, in maniera positiva. Sono infatti venuti a cadere, nella versione live dei vecchi successi, le basi hip hop, a favore di un maggior tasso di rock psichedelico, con le parti di chitarra e organo estremamente dilatate.
Ed ecco che i loro grandi successi, riproposti tutti nel live all’Arena del Mare, assumono una sembianza nuova, perché diversa dalle registrazioni di studio, e allo stesso tempo vecchia, visti gli arrangiamenti che si fanno più pertinenti alla psichedelica in voga a cavallo tra i sessanta e i settanta del secolo scorso. Trigger Hippie, The Sea, Blinfold, World Looking In e Otherwise si arricchiscono così di parti chitarristiche lisergiche e piuttosto lunghe, e svisate di organo che fanno pensare più ai Doors che all’uggiosa Bristol. La chiusura è invece affidata a Rome Wasn’t Built In A Day, loro pezzo forte specialmente in Italia, proposta in una versione assolutamente fedele al singolo, tra il consenso della folla.
Insomma un live che mi ha molto sorpreso sia in sede di presentazione per il nome inaspettato, sia per gli arrangiamenti che segnano una piccola svolta nel sound di questa band, sulla breccia ormai da ventidue anni.
E soprattutto, vista la presenza di un pubblico numeroso, certo attirato anche dalla gratuità dell’evento, la dimostrazione che la nostra città può osare anche nomi meno digeribili per le grandi platee abituate ai soliti noti.

Per la qualità, infatti, ci dovrebbe essere sempre spazio.

sabato 5 agosto 2017

Recensione: Tony Molina - Confront The Truth (2016)

Questa recensione si propone di essere breve come il disco che presenta, Confront The Truth di Tony Molina.



Scoperto totalmente per caso cazzeggiando su Spotify, Confront The Truth è il disco che forse ho ascoltato più volte ultimamente; non ci vuole neanche molto, del resto, vista la durata di poco più di dieci minuti di questi otto pezzi. Brani che sono dei veri e propri bozzetti di canzoni che, prese una per una, potrebbero essere ognuna un singolo e che invece rimangono delle brevissime perle nascoste per pochi intenditori. Un po' quello che voleva fare Dente nell'ultimo disco, riuscendo solo in parte.
Tony Molina è una cantante e chitarrista di San Francisco, molto attivo nella Bay Area; ha fatto parte di decine di progetti più o meno inconcludenti e dopo un disco con gli Ovens e l'esordio solista, anch'esso con pezzi appena accennati, all'insegna di un indie rock anni '90, slabbrato ed elettrico, con numi tutelari soprattutto nei Weezer e nei Dinosaur Jr., ma influenzato anche dal prolifico Robert Pollard e dagli Yo La Tengo, qui cambia registro.
Stavolta Molina spinge più indietro l'orologio della sua personale macchina del tempo, puntando dritto a Simon & Garfunkel in Old Enough To Know e Over Know, per poi puntare sui Beatles psichedelici à la Strawberry Fields... o Lucy In The Sky... in I Don't Want To Know e Hung Up On The Dream che veramente sembrano materializzare qui e ora il duo Lennon/McCartney, per poi citare la chitarra di George Harrison nel solo della splendida (e lunga, quasi due minuti e mezzo) No One Told He.
Splendida e sorprendente la chiusura chitarristica di Banshee.
Fossi in voi dieci minuti da dedicare a Tony Molina li troverei, anche se rischierete di entrare in un loop piacevolissimo.
In tempi dove la soglia dell'attenzione e la capacità di concentrazione sono allegramente andate a farsi benedire, che Molina abbia visto giusto con queste mini canzoni che a stento superano il minuto?

venerdì 4 agosto 2017

Recensione: Arcade Fire - Everything Now (2017)

Quinto album in studio per gli Arcade Fire, la band culto degli anni zero, a tredici anni da Funeral. Vediamo come suona.



Una premessa: gli Arcade Fire, da sempre e Dio sa perché, sono stati circondati da quell'alone di mito, di intoccabilità che solo i grandissimi, di cui spesso sono stati considerati gli eredi, godono. E questo si riverbera nella maggior parte delle recensioni che potete leggere in giro per il web; spesso simili a trattati di filosofia, si guardano bene dal parlare delle canzoni, se non attraverso paroloni da hipster sull'orlo della crisi isterica. Ovvio che così troverete nelle loro canzoni di tutto, dall'analisi della società in cui viviamo ai numeri per una fortunata sestina al Superenalotto.
Al sottoscritto, che si ostina ad ascoltare i dischi, peraltro più e più volte, ove necessario, senza considerare outfit, battage pubblicitario, hype e quant'altro, gli Arcade Fire sono sempre apparsi un buon gruppo pop rock, che negli anni ha sfoderato anche alcuni pezzi ottimi, caratterizzato dall'ansia di epicità e di creare ritornelli da stadio.
Parliamo quindi di Everything Now, disco che segue a distanza di quattro anni, Reflektor, lavoro per me estremamente deludente col suo approccio sintetico e plasticoso.

Everything Now ne riprende, ahimè, parecchie atmosfere e strumentazioni, oltre ai temi dell'immagine che caratterizza la nostra epoca e dell'esagerata accessibilità a qualsiasi cosa vi venga in mente permessa dalla tecnologia; due pezzi accennano anche al tema sempre spinoso del suicidio. Insomma, argomenti seri e, per me , condivisibili, anche se ormai al limite del clichè.
Tuttavia Everything Now a me non è dispiaciuto, o almeno l'ho preferito nettamente a Reflektor; il pezzo che dà il titolo all'intera raccolta è un bel brano ruffiano, quanto di più leggero Butler e soci abbiano mai inciso, tra Abba, ma manco tanto e Electric Light Orchestra, le due riprese che aprono e chiudono il disco sanno un po' di riempitivo. Così come le due versioni di Infinite Content, che se non altro hanno il merito di far apprezzare come possa cambiare un brano solo con l'arrangiamento.
I brani che seguono la titletrack mettono a dura prova la mia voglia di pigiare continuamente il tasto skip, una serie di episodi all'insegna dell'elettronica modaiola, dub, accenni in levare e qualche atmosfera caraibica onestamente evitabili. All'improvviso, quando, almeno per me, la speranza era perduta, una serie di brani che fanno ricordare la quasi grandezza del passato: l'intensa Good God Damn, la leggera Put Your Money On Me e la bella We Don't Deserve Love.
Un disco quindi a due velocità, che ognuno può interpretare a seconda dei propri gusti, ma che, per me, sancisce un periodo piuttosto confuso tra ritorno al passato, auspicabile, e tensione verso un futuro quantomai distopico.


Voto: 6

giovedì 3 agosto 2017

Perle Sconosciute: Andrew Bird's Bowl Of Fire - Why? (2001)

Album: The Swimming Hour 
Lyrics:
 Why? Why'd you do that?
You shouldn't have done that
If I told you once, I told you three times
That you'll get your punishment when you
Show me your crimes
And it's not a spell or a curse you put on me
Or the way you make me smile so tenderly
How I wish it was your temper you were throwing
Damn you for being so easygoing I thought the time would tell
My sins would provoke you
To raise, raise some hell, oh...
Not a chance
Whatever happened to fiery romance
How I wish it was your dishes you were throwing
Damn you for being so easygoing
Why?
Why'd you do that?
Why'd I do what, huh?
Nothing. You get it?
What? Nothing.
 I thought the time would tell
My sins would provoke you
To raise, raise some hell, oh...
 Don't give me that line
Don't try to tell me inaction is not a crime
Can't you see what kind of seeds you're sowing?
Damn you for being so easygoing...

lunedì 31 luglio 2017

Recensione: Lana Del Rey - Lust For Life (2017)

Lana Del Rey esce col suo quarto album e anche se ormai l'effetto sorpresa da Next Big Thing è sfumato, si conferma la più adulta e matura tra le popstar da copertina.

L'uscita di Lust For Life, e la contestuale ripresa delle pubblicazioni del mio blog, due eventi di per sé abbastanza epocali, mi ha rammentato i motivi per cui tempo fa smisi di leggere la maggior parte delle recensioni musicali, specie quelle pubblicate da siti e riviste non propriamente di settore; girando per qualche sito non farete fatica a trovare giudizi tagliati con l'accetta sul nuovo album della bella Lana. La solfa è più o meno la stessa, Lana è sempre uguale a sé stessa, la Del Rey è imprigionata nel passato e "impossibile arrivare alla fine senza assopirsi". Altro che Rihanna, Katy Perry e Lady Gaga, quelle sì che sono sempre in evoluzione... L'equivoco sembra essere di fondo e dettato a questo punto, se non da cattiva fede, da estrema ignoranza; si confonde lo stile che, grazie al cielo, la brava Lana non cambia con le fasi lunari, con l'immobilismo retrò di cui la si accusa. Al contrario, i suoni e soprattutto i testi, ma chi si prende la briga di ascoltarli? sono molto attuali.



Ma parliamo un po' di questo Lust For Life che, in realtà, è assolutamente un lavoro in pieno stile Del Rey, ma introduce parecchie novità, non fosse altro per il sorriso smagliante che per una volta la nostra sfoggia nella cover, ma soprattutto per le tante collaborazioni a cui la cantante si è offerta.
Dopo l'ottimo e suggestivo avvio di Love, che cita palesemente e a piene mani i Beach Boys di Don't Worry Baby, ecco subito il primo, e forse più importante feat del disco nella titletrack Lust For life con The Weeknd; il pezzo è destinato a diventare un classico del songbook di Lana Del Rey, con l'impasto delle voci che si crea quasi magico e le capacità vocali della ragazza ben in evidenza senza ricorrere a urla sguaiate come tanto va di moda, e come forse vorrebbero i redattori frustrati di qualche rivista generalista, il tutto sorretto da una melodia non trascurabile. E invece trascurabile, almeno in confronto al resto del disco, è il primo dei due pezzi con A$AP Rocky, Summer Bummer, mentre l'altro, Groupie Love, se la cava meglio. Inutile comunque starvi a raccontare il disco, che peraltro è molto lungo, pezzo per pezzo, mi limiterò perciò a citare i brani che trovo una spanna sopra il resto, e sono When The World Was At The War We Kept Dancing, dal testo davvero non trascurabile, i duetti con Stevie Nicks, vocalist storica dei Fleetwood Mac, e con Sean Ono Lennon in Tomorrow Never Came che cita i Beatles già nel titolo, rivelandosi davvero un pezzo da antologia; intensissime anche Heroin e Change, che chiudono con una sorta di trittico emozionale l'album assieme a Get Free, palese tributo all'immortale Creep dei Radiohead, di cui ricalca gli accordi prima di aprirsi in un ritornello leggermente più solare.
In conclusione, Lana Del Rey si conferma una delle star meno compromesse con esigenze commerciali, ancor più che Adele, l'unica a cui mi sento di accostarla, e in modo più soft rispetto a una Florence Welch. Se non fosse per lo stupendo precedente di Ultraviolence, prodotto dal genietto di Dan Auerbach, questo Lust For Life sarebbe senza dubbio il suo miglior lavoro. Così, invece, ci devo pensare su.

Voto: 7.5

domenica 30 luglio 2017

Reportage: Siren Festival

Il Siren Festival di Vasto continua il suo processo di consolidamento nel panorama europeo come uno dei festival più suggestivi e godibili. Questa edizione è stata di assestamento, con nomi forse meno altisonanti delle prime edizioni ma grande risposta di pubblico, tra tante luci e qualche ombra organizzativa.



Quello che vi propongo è un reportage sicuramente incompleto, troppi sono infatti gli appuntamenti per seguirli tutti in modo approfondito, e tante sono anche le distrazioni che la splendida Vasto, tra cibo, mare e bellezze storiche, offre per non lasciarsi incantare da aspetti meno squisitamente musicali. In ogni caso, programma alla mano, mi ero fatto un'idea degli artisti che più mi interessavano, bilanciati tra bei nomi della scena più o meno alternative italiana, qualche colpo internazionale ben assestato, con alcune belle sorprese, e un mare d'elettronica, genere verso il quale nutro una sincera e profonda idiosincrasia. E al netto di qualche falla organizzativa che, cercando di inseguire procedure di sicurezza cervellotiche e macchinose è riuscito, specie nella prima serata, a creare situazioni di disagio e pericolosità nello splendido Cortile D'Avalos, trasformato in una sorta di trappola per topi con i già di per sé pochi varchi presidiati e chiusi in modo palesemente insensato.
Ecco i live a cui ho assistito e le mie impressioni.

Colombre

Il mio battesimo all'edizione 2017 del Siren avviene con Colombre, moniker di Giovanni Imparato, artista di Senigallia sulla breccia da dieci anni coi Chewingum e arrivato quest'anno all'esordio solista con Pulviscolo. Si tratta di uno degli artisti che aspettavo con più curiosità, il suo album è uno di quelli che più mi ha impressionato quest'anno, e ne parleremo prossimamente in modo più diffuso.
Il live, in cui ripropone quasi tutti i brani dell'album e Svastiche tratta dal repertorio della vecchia band, si rivela all'altezza. Nella suggestiva cornice di Porta San Pietro, tra passanti birra-muniti e signore che scuotono le tovaglie dalle finestre del borgo, infastidite o incuriosite da tanto chiasso, Imparato dà vita a un set molto energico, con un linguaggio del corpo quasi allucinato ma efficace come presenza scenica, leggermente più duro della versione da studio, soprattutto per il cantato che spesso si trasforma in un urlo disperato. Bellissime Blatte e Pulviscolo, promosso senza meno.

Allah-Las

Secondo colpo e secondo successo per i losangelini Allah-Las, che attendevo con grande curiosità, essendo alfieri di un crossover tra generi che prediligo, dal beat garage anni '60, al Paisley Underground fino alla moderna psichedelia. Presto parleremo del nuovo Calico review, intanto il live è stato forse il migliore del Siren. Suoni perfetti e repertorio che rimane impresso al primo ascolto, grazie forse alle palesi influenze di grandi come Velvet Underground, Byrds, Bob Dylan, ma anche Raveonettes, specie nel suono ficcante della chitarra elettrica, tutto frullato in un cocktail molto low profile ed estremamente godibile. Eccellente.

Baustelle

Avevo già assistito, come scritto, al loro concerto in teatro. La scelta del repertorio per il tour estivo è in realtà piuttosto simile, forse ancora più votata al ballabile, visto il sacrificio di Ragazzina e un altro paio di pezzi del nuovo disco spariti dalla scaletta. Il suono in Piazza del Popolo è a tratti terribile, con basi elettroniche e batteria che coprono quasi completamente le voci; a complicare il tutto il pubblico che si agita sguaiato e canta insieme ai propri beniamini, coi quali tuttavia non condivide certo le capacità canore, dando vita a un live non proprio memorabile. Il mestiere è tuttavia tanto che i Baustelle comunque portano a casa la sufficienza. Menzione speciale per la semplicità con cui si fermano a mangiare al vicino ristorante tra i passanti.

Peccato non aver potuto assistere, causa mancanza di ubiquità, ai set di Andrea Laszlo De Simone e Giorgio Poi.

Gomma

La band di Caserta, che per vie traverse e leggi non scritte ma ben conosciute, ha goduto quest'anno del plauso di certa intellighenzia musicale, mischia un po' di tutto dall'emo al post rock, dal punk allo shoegaze, con una frontgirl che sembra crederci fin troppo per essere sincera, dando vita a una ricetta davvero indigesta. De gustibus; i miei, dopo il terzo pezzo, mi hanno condotto dritto in pizzeria, data l'ora.

Noga Erez




Questa ho fatto appena in tempo a seguirla in qualche pezzo, non la conoscevo dato che frequenta generi poco affini al mio gusto. Elettronica impegnata, su cui l'israeliana emerge quasi rappando, buona presenza scenica e tutto sommato set abbastanza gradevole. In un mondo perfetto, e con tanto tempo a disposizione, si potrebbe approfondire.

Arab Strap

Colpo di coda, visto che ho pensato bene di dileguarmi prima di Trentmoeller, con gli Arab Strap, scozzesi redivivi alfieri di certo post-rock slow-core d'atmosfera e molto emozionale. Bella prestazione condita da un "It's fucking hot in Vasto", sicuramente favorito dai galloni di vino tracannati tra un pezzo e l'altro. Con gli anni la voce di Aidan Moffat si è fatta sempre più espressiva e profonda e, se il repertorio non brilla per varietà, il loro è stato comunque un signor live.

Tirando le somme, festival che si merita un bel voto, soprattutto per le location, stupende, per le band minori, frutto di un lavoro competente e ricercato. Un po' meno per i pezzi da novanta, per il suono traballante di qualche live e per un'organizzazione a tratti macchinosa.

All'anno prossimo, Vasto!



venerdì 28 luglio 2017

Stasera i Baustelle al Siren, la recensione del live di Pescara

In attesa di raccontarvi il live dei Baustelle, e non solo, stasera al Siren Festival di Vasto, vi ripropongo il resoconto del loro live di aprile a Pescara, che scrissi a suo tempo per una testata locale. La scaletta di stasera sarà la stessa?







Entri nel Teatro Massimo gremito all’inverosimile e ti rendi conto subito che la definizione di pop dei Baustelle non è esattamente quella a cui siamo ormai abituati dall’appiattimento culturale a cui talent e programmi televisivi hanno ridotto la musica. L’accezione di pop nell’immaginario Baustelle è più quella nobile della pop art degli anni ’60 e ’70, decadi a cui i nostri si rifanno in modo quasi ossessivo, anche se i riferimenti anche ai due decenni successivi non mancano; e, a testimonianza di ciò, la scenografia che ci si trova subito di fronte, l’elegante logo“Baustelle” che campeggia sullo sfondo rimanda senza meno alle tipiche grafiche degli anni ’70, e il muro di sintetizzatori che dominano la scena pur rimanendo alle spalle, con tanto di mellotron, fanno pensare a un curioso miscuglio di studio televisivo d’epoca con un live di Emerson, Lake & Palmer.

Francesco Bianconi, il deus ex-machina, Rachele Bastreghi, l’affascinante voce femminile e Claudio Brasini, chitarrista concreto e importantissimo nel loro equilibrio, si dividono equamente il palco, elegantissimi, con il resto della band, bravissimi turnisti, alle spalle. Bianconi gioca con l’immagine che i media, e lui stesso, gli hanno affibbiato, ovvero quella del dandy, poeta maledetto dal fascino cupo e ombroso. Magrissimo, se ne sta al centro del palco e canta con un timbro che dal vivo è ancora più caldo e profondo che in studio, al di là di qualche imprecisione nel canto che, paradossalmente, aggiunge il fascino dell’imperfezione a un contesto che rischia di peccare proprio per asetticità, a prima vista. A prima vista, già, perché la musica dei Baustelle tutto è, fuorché asettica e, anzi, è proprio un susseguirsi di emozioni, dall’amore cantato in modo anticonvenzionale e un sentimento di pietas per gli ultimi, per le vite marginali che fa pensare a De Andrè, a farla da padrona.

La scaletta del concerto privilegia ovviamente “L’amore e la violenza”, l’ultimo lavoro uscito a gennaio che viene proposto per intero e nell’ordine della tracklist. Ed ecco così prendere vita davanti a noi “Amanda Lear” e “Eurofestival”, coi loro ritornelli che richiamano il Battiato pop degli anni d’oro, lo splendido ritratto di una ragazza oggi con “Betty”; le belle prove cantautoriali di “Lepidoptera” e “Ragazzina” e la struggente “La vita”, dal ritornello portatore di una melodia perfetta da cantare in coro, come puntualmente accade. Fondamentale l’apporto di Rachele, che spesso abbandona la postazione alle tastiere e porta un tocco di dinamismo prendendo il centro della scena, e di Brasini, che arricchisce “Eurofestival” di una trascinante coda chitarristica.

Dopo una breve pausa, la seconda parte del live è dedicata ai successi storici del gruppo, da energiche riproposizioni di “Charlie fa surf” e “La guerra è finita” a una splendida versione spogliata del lato pop di “Bruci la città”, dai cult “Romantico a Milano” e “Gomma”, fino a “La canzone del parco”, sempre da brivido anche in versione live.
A sorpresa Bianconi e soci nei bis eseguono un pezzo inedito, “Veronica N°2”, lasciando un po’ spaesati i fan, prima di chiudere trionfalmente con “La canzone del riformatorio”.

Il concerto si conclude con gli interminabili applausi del pubblico e la sensazione di aver avuto la fortuna di assistere all’esibizione di un gruppo ormai fondamentale per il pop d’autore italiano.

giovedì 27 luglio 2017

Il Siren Festival a Vasto

Dal 28 al 30 luglio a Vasto c'è il Siren Festival, una delle rare occasioni per ascoltare buona musica da queste parti, sebbene le massicce dosi di elettronica rendano il programma a tratti ostico per il sottoscritto, che sarà lì per raccontarvi il meglio.

Ma andiamo con ordine e, con questo pezzo che ho scritto per una rivista online, vediamo cosa c'è di buono in questa edizione.
Ed è veramente un piacere scoprire come certe realtà, se ci si crede e soprattutto ci si impegna a dovere, possano funzionare così bene a dispetto di chi vorrebbe che andasse sempre tutto a rotoli.
Vasto è una cittadina bomboniera dell’Adriatico, prima ancora che dell’Abruzzo; la forza del festival è proprio quella di offrire un panorama artistico di grande rilievo, con nomi che, presi uno per uno, costerebbe un occhio della testa solo ambire a vederne dal vivo la metà, in una piccola realtà cittadina, rilassata e accogliente, lontana anni luce dai grandi appuntamenti delle metropoli italiane o del nord Europa. E così Vasto, come da qualche anno a questa parte, si prepara ad aprire le porte delle sue bellezze storiche e dei suoi splendidi scenari naturali, a un’orda pacifica di appassionati musicali, tra alternativi, hipster dalle barbe curatissime e inquietanti risvoltini, giornalisti (quelli con la penna, non i Thegiornalisti), esperti forgiatisi sulle musicassette e sui vinili e, quelli non mancano mai, semplici curiosi, attirati dall’idea di un po’ di musica e qualche birra.
Anche quest’anno al festival vero e proprio fanno da corollario il Siren Beach a Vasto Marina, presso il lido Sabbia D’oro, che ospiterà dj set e concertini acustici pomeridiani, e il Siren Food, con degustazione di cibi e vini tipici del posto.
Ma diamo un’occhiata a quello che, almeno in teoria, interessa di più, ovvero il programma e la line-up.
Come da tradizione, breve ma consolidata, il Siren tenta di unire il rock indipendente e cantautorale con l’elettronica più di tendenza. Tra i nomi internazionali più importanti i Cabaret Voltaire, gruppo di elettronica alternativa formatosi nel 1973, Trentemoller, nome molto quotato a livello mondiale, Apparat in versione dj, i redivivi Arab Strap e gli Allah-Las, dediti a una sorta di revival garage anni ’60, condito da una bella dose di psichedelia.
Ma la parte più stuzzicante del programma è forse quella che riguarda i nomi italiani; il Siren è riuscito ad assicurarsi quello che probabilmente è il nome più importante della scena attuale, ovvero i Baustelle, di cui vi abbiamo già parlato diffusamente con la recensione de “L’amore e la violenza” e del loro live a Pescara. Ma non finisce qui, infatti si potrà assistere a una serie di gruppi meno conosciuti ma di grande valore come ColombreAndrea Laszlo De Simone, sorta di Lucio Battisti in versione psichedelica, Giorgio Poi e le rivelazioni Gomma e Gazzelle.
Di grande interesse anche l’appendice di domenica con Jens Lekman, altro pezzo da novante dell’indie europeo.

Ecco il programma completo
Giovedì 27 luglio 2017 
CORTILE D’AVALOS
21:30 / 22:30  •  MAHALINI
22:30 / 23:30  •  TAXIWARS
Venerdì 28 luglio 2017 – Siren festival
GIARDINO D’AVALOS
18,15  SENZA FRETTA SENZA TREGUA – TRE DECENNI DI CASINO ROYALE
19,15  EMIDIO CLEMENTI & CORRADO NUCCINI/ QUATTRO QUARTETTI/
PIAZZA DEL POPOLO
20,00  JENNY HVAL
21,30  GHALI
23,30  BAUSTELLE
CORTILE D’AVALOS/JAGER MUSIC STAGE
20,45  ALLAH-LAS
22,30  CABARET VOLTAIRE
01,00  APPARAT DJ
03,00  ALE RAPINI DJ
PORTA SAN PIETRO
18,00  BLANCHE
19,00  FRANCOBOLLO
20,00  COLOMBRE
21,15  ANDREA LASZLO DE SIMONE
22,25  GIORGIO POI
SIREN BEACH
15,15  MESA
16,00  ANDREA LASZLO DE SIMONE
16,45  COLOMBRE
17,30  MAIOLE
00,30  NEW ELECTRONIC ORDER DJ
02,00  ALIOSCIA AKA BBDAI (CASINO ROYALE) DJ
Sabato 29 luglio 2016 – Siren festival
GIARDINO D’AVALOS
18,15  MARE VERTICALE – LO SPAZIO DELLA STREET ART
19,30  LUCY ROSE
PIAZZA DEL POPOLO
20,15  NOGA EREZ
21,45  GHOSTPOET
00,15  TRENTEMØLLER
JAGER MUSIC STAGE • CORTILE D’AVALOS
21,00  CARL BRAVE X FRANCO126
23,00  ARAB STRAP
01,30  DANIEL MILLER DJ
03,00  MATTIA DIODATI DJ
PORTA SAN PIETRO
18,00  THE MINIS
19,00  ZOOEY
20,00  GOMMA
21,15  POPULOUS
22,25  GAZZELLE
SIREN BEACH
14,45  OLD FASHIONED LOVER BOY
15,30  PIETRO BERSELLI
16,15  GOMMA
17,00  PERSIAN PELICAN
17,45  MATTEO VALLICELLI DJ
00,30  MIZ KIARA DJ
02,00  DEMONOLOGY HIFI
Domenica 30 luglio 2017 
CHIESA DI SAN GIUSEPPE
13.00 JENS LEKMAN
SIREN BEACH
Lido Sabbia d’Oro
14,30  CACAO MENTAL
15,30  ISTITUTO ITALIANO DI CUMBIA ALL STARS
17,30  MR ISLAND DJ

mercoledì 26 luglio 2017

Live Review: Jethro Tull by Ian Anderson, Pescara, 22 giugno

Il resoconto del live di Ian Anderson a Pescara il 22 giugno con la sua formazione che propone i classici degli storici Jethro Tull.




Una doverosa premessa: questo che leggerete non è l’obiettivo reportage di un live, ma l’istantanea di un’emozione difficile da lasciarsi alle spalle, colta ancora a caldo. Già, perché i Jethro Tull sono un pezzo di storia del rock, quello che ha veramente fatto epoca, quello del periodo aureo del genere, ossia tra il ’65 e il ’75. Chi scrive ha una lunga storia di passione per questo genere di musica, una passione fatta di musicassette consumate per gli ascolti ripetuti e di appostamenti per registrare sulle videocassette gli speciali sul rock che, molto raramente, passavano a tarda notte sulle poche emittenti di allora. Una passione nata prima di internet, sudata perché prima della rete non tutto era a portata di mano, o di clic, come si dice. E i Jethro Tull erano uno di quei nomi che ricorrevano sempre sui libri e nelle compilation, appena un gradino sotto Beatles, Rolling Stones e Led Zeppelin, ma ancora più fascinosi per via degli atteggiamenti di quel leader istrionico, vestito spesso di stracci e dallo sguardo folle che, usando in modo assolutamente poco canonico uno strumento come il flauto traverso, fino ad allora esclusivamente appannaggio di generi musicali più colti, si dimenava come un ossesso sul palco.
La loro musica era un miscuglio di blues, rock progressivo, ritmi jazzati, passaggi classici, barocco e folk anglosassone; il loro immaginario si muoveva su un pericoloso confine tra folletti e clochard, tra rock maledetto e Bach. Probabilmente questa lunga premessa non basterà a farvi capire l’emozione, mia ma anche di tutti gli appassionati che gremivano gli spalti, all’ingresso in scena di Ian Anderson, quando l’icona si è trasformata in presenza reale e tangibile, a pochi passi da noi, con l’inconfondibile voce che il tempo non ha in nessun modo modificato, tranne forse nei registri più alti, le movenze da folle menestrello e il sibilo, ora dolce e melodico, ora roco e minaccioso, del suo mitico flauto.
 Ian Anderson dal vivo ha un effetto straniante; ormai vicinissimo ai settanta, per certi versi sembra più in forma di quando ne aveva venticinque, e se il fascino non è lo stesso di quando sembrava essere uscito dai boschi di una fiaba irlandese, coi capelli rossicci arruffati e l’inseparabile flauto, l’effetto è comunque dirompente, le movenze sono le stesse e l’istrionismo è forse meno virulento ma ancora più consapevole. La prima parte del live mescola vecchi successi e qualche pezzo più recente, ed è soprattutto sulla mitica Bouree, un pezzo scritto secoli fa da Bach, che il teatro inizia a scaldarsi, e così su una lunga rilettura di Thick As A Brick. Ma è la seconda parte del live quella che conquista definitivamente un pubblico accorso, in ogni caso, per tributare il proprio amore al maestro. Il secondo tempo è infatti dedicato completamente al repertorio storico della band, con pezzi mitici come Locomotive Breathe, Heavy Horses, Dharma For One, A New Day Yesterday e, soprattutto, la sontuosa Aqualung, pezzo che, su un riff metal, prima dell’invenzione del metal, innesta una parte da folk tradizionale e elementi blues e hard rock. Grande levata di scudi per il chitarrista Florian Opahle, che si prende le luci della ribalta con una riproposizione della Toccata e Fuga di Bach, rivista in chiave metal, tanto kitsch quanto adatta a mettere in mostra la sua tecnica cristallina e ad attirargli l’ovazione del pubblico.
 Insomma, quella del 22 giugno è stata la celebrazione di un mito cinquantennale, tra il miracolo di un personaggio con cui il tempo è stato gentilissimo, e l’incredulità di un pubblico che vedeva finalmente materializzato, a Pescara, uno dei propri miti.

martedì 25 luglio 2017

Recensione: L'Amore e la Violenza - Baustelle (2017)

Riprendiamo le pubblicazioni con post nuovi e qualche recensione già apparsa sulle riviste con cui collaboro, nelle quali non faticherete a distinguere uno stile leggermente più istituzionale. Cominciamo dai Baustelle.

Nati a Montepulciano alla fine degli anni ’90 attorno alla carismatica figura di Francesco Bianconi, cantante, autore e frontman, esordiscono nel 2000 con l’autoprodotto “Sussidiario illustrato della giovinezza”, disco diventato negli anni un vero cult, piccolo capolavoro di suoni elettronici a bassa fedeltà e musica d’autore, incontro tra il brit pop dei Pulp e Fabrizio De Andrè, con pezzi entrati nell’immaginario come “La canzone del parco” e “La canzone del riformatorio”; lavoro per certi versi ancora acerbo, ma che porta in sé già le caratteristiche principali della poetica dei Baustelle: melodie che misteriosamente rimangono appiccicate dal primo ascolto senza però annoiare e un talento letterario nel creare testi che uniscono alto e basso, espressioni ricercate  alternate al gergo giovanile e citazionismo esasperato ma quasi mai fastidioso.


Il suono è caratterizzato anche dal dualismo tra la voce impostata e quasi attoriale di Bianconi e quella sensuale di Rachele Bastreghi, un mix che verrà spesso imitato negli anni e farà scuola nel pop degli anni duemila in Italia.
Nel 2003 “La moda del lento” è meglio prodotto ma prosegue benissimo sulla falsariga dell’esordio e li fa conoscere a un pubblico più vasto col singolo “Love affair”. “La malavita”, il primo disco prodotto da una major, è il disco delle fratture, quelle interne con l’uscita di Fabrizio Massara e quelle con il passato, grazie a un disco più serio e maturo che abbandona in gran parte le istanze adolescenziali dei primi due lp.
“Amen” è il disco della maturazione, mastodontico nella lunghezza e nella produzione, unisce singoli d’effetto, “Charlie fa surf”, a pezzi alla De Andrè, il capolavoro “Alfredo”, vincendo la “Targa Tenco” del miglior album e mettendo d’accordo un po’ tutti. Segue “I mistici dell’occidente”,lavoro di transizione che regala comunque alcuni classici (“Le rane e la title track) e prepara al capolavoro della maturità, “Fantasma”, concept sul tema della morte, denso di suite orchestrali e dove Bianconi porta agli estremi la ricerca della perfezione di forma e sostanza.
 “L’amore e la violenza” nasce proprio dall’ingombrante eredità di “Fantasma”, coi Baustelle che per l’ennesima volta cambiano strada pur rimanendo fedeli a sé stessi, abbandonando gli arrangiamenti sinfonici a favore di un ritorno all’elettronica analogica e naif degli esordi. Il risultato sono dieci canzoni più due brevi strumentali che ci consegnano un mix straniante tra i Baustelle degli esordi e le voci di Bianconi e Rachele Bastreghi, nel frattempo fattesi più mature come i temi affrontati. Eppure “L’amore e la violenza” è di nuovo un disco che ha messo d’accordo un po’ tutti, nonostante la band toscana da sempre attiri non solo elogi ma anche forti contrasti con i detrattori. Si tratta in sostanza di un lavoro sicuramente di rottura rispetto ai precedenti, ma che, allo stesso tempo, rientra perfettamente nei canoni Baustelle; ed ecco allora temi importanti che ruotano attorno al filo conduttore della guerra che irrompe nelle nostre apparentemente comode e asettiche esistenze occidentali, dell’amore narrato più attraverso i contrasti e la violenza che genera, della recente paternità di Bianconi, specie in "Ragazzina" e nell’appassionata dichiarazione d’amore per la bellezza della  vita “in quanto inutile” de “La vita”. Si rinnova il mistero del talento melodico di Bianconi, probabilmente uno dei migliori dagli anni ’60, con ritornelli che s’imprimono nella memoria e si sposano alla perfezione con le voci dello stesso e di Rachele. E le citazioni, che meriterebbero un trattato a parte; si va da Amanda Lear, mito androgino della cultura pop a cui il disco si rifà, musa di Dalì e di Bowie, a cui è intitolato uno dei pezzi più belli del lavoro, alla religione, sempre molto presente, anche se in una chiave laica e di ricerca, come ne “Il vangelo di Giovanni”. E ancora i ritornelli che evocano palesemente il Battiato più pop e i campionamenti da modernariato come l’attacco di “Basso e batteria”, ripreso dalla colonna sonora di “Sandokan”, che cita anche il mito dell’avant pop letterario David Foster Wallace. La bellissima “Betty” crea il personaggio attualissimo di una ragazza persa tra social e apatia, citando acrobaticamente D’Annuzio e Facebook nello stesso verso “piove su immondizia e tamerici, sui suoi 5000 amici”. La seconda parte del disco è leggermente più classica, soprattutto nei pezzi di scuola genovese “Lepidoptera” e “Ragazzina”, dove aleggiano i fantasmi di Tenco e De Andrè.


Un lavoro insomma che, pur mancando forse nel pezzo del K.O., quello che si staglia sopra gli altri, conferma i Baustelle ben più di una spanna sopra i tanti gruppi che negli anni si sono ispirati a loro, soprattutto nel riuscire ad affrontare temi pesanti con un misto di leggerezza e impegno e lascia, come nel finale aperto di un film, l’incertezza per le future evoluzioni di Bianconi e compagni.


lunedì 24 luglio 2017

I Dischi dell'Anno 2016 10/1 (Meglio tardi che mai)

Come avrete notato, soprattutto a causa degli impegni crescenti con le riviste per cui scrivo e per le esposizioni sempre più numerose, il blog è rimasto praticamente preda delle ragnatele. Ora, complice l'avvicinarsi delle ferie, spero di tornare a dedicarmi con più continuità alla mia amata creatura; ma non potrei senza aver prima concluso il lavoro lasciato a due terzi. Parlo proprio della classifica dei migliori dischi del 2016, che rischia ormai di andare a cumularsi con quella del 2017. Ma, visto che nessuno vuole che ciò accada, diamoci sotto, del resto, se è vero che sotto ogni frase fatta si cela una verità, meglio tardi che mai.

10. Cass McCombs - Mangy Love

Con l'ennesima prova sulla lunga distanza, il buon Cass McCombs raggiunge la quadratura del cerchio indie-folk-pop, con atmosfere depresse il giusto, ideali per sonnecchianti pomeriggi piovosi. Irresistibile.

9. Ray Lamontagne - Ouroboros

Da piacione folk, idolo barbuto e ombroso dalla sensibilità sfuggente, amato dalle ragazzine ammaliate da colonne sonore di serie tv, a rocker psichedelico bucolico, il percorso di Ray Lamontagne si compie con Ouroboros. Il suo ultimo lavoro, vicino ai Pink Floyd più gentili e agresti degli anni '70, ha fatto storcere il naso a più di un critico, ma da queste parti è molto piaciuto.

8. Heron Oblivion - S/T

Sorta di supergruppo psichedelico, con pezzi di formazioni poco conosciute ma importanti, i Comets On Fire su tutte, gli Heron Oblivion propongono un rock psichedelico dove troviamo traccia di tutti i classici del genere, ma anche di prodotti più recenti come Black Mountain e Tame Impala. A voler accontentare tutti, si sa, si rischia di non accontentare nessuno, come emerge da alcune spietate critiche che ho letto; che spesso, va detto, usano come arma le stesse motivazioni per cui a me questo disco è piaciuto moltissimo. E Oriar è un grandissimo pezzo.

7. Michael Kiwanuka - Love & Hate

Siete alla ricerca di un frullatone che misceli ingredienti classici come il soul rock di Van Morrison e Bill Withers con la chitarra di Jimi Hendrix e il miglior soul attuale, da Adele a Amy Winehouse? Allora lasciate perdere intrugli stregoneschi e ascoltate la voce carezzevole di Michael Kiwanuka, sostenuta da un notevole talento compositivo e un tocco alla chitarra per niente scontato. Un po' quel che vorrebbe fare Lenny Kravitz senza esserci mai riuscito. The Final Frame, provare per credere.

6. Angel Olsen - My Woman

Eroina del nuovo cantautorato femminile, Angel Olsen è la risposta meno vip e più ruvida a Lana Del Ray, capace di passare da numeri pop e power pop a tirate chitarristiche anni '90. Magari nulla di rivoluzionario, ma Shut Up, Kiss Me è forse il singolo più accattivante dell'anno.

5. Nothing - Tired Of Tomorrow

Accompagnare Nick Palermo, titolare del progetto shoegaze dei Nothing, nella sua discesa agli inferi, dal rock al carcere e ritorno, è uno dei viaggi più coinvolgenti dell'anno. Un disco da prendere molto sul serio, ma di cui è inevitabile cogliere la bellezza.

4. The Wave Pictures - Bamboo Diner In The Rain

Non c'è niente da fare, passano gli anni e David Tattersall rimane sempre più un'immutabile sicurezza. In un panorama rock classico sempre più desolante, fino a far sospettare che il rock classico non esista più, continua a sfornare un numero impressionante di dischi dove snocciola garage anni '60, blues e sparate chitarristiche tra Dick Dale e Mark Knopfler. Fuori dal tempo, prendere o lasciare.

3. Iggy Pop - Post Pop Depression

Suonare molto più attuale di tante band di brufolosi bimbiminkia a 70 anni praticamente suonati vi sembra impossibile? Date allora un ascolto alla collaborazione tra la storica iguana ex Stooges e il suo figlioccio Josh Homme; ovvero quanto di meglio il rock di oggi possa proporre. Paraguay è un instant classic.

2. Itasca - Open To Chance

La giovanissima Kayla Cohen è in realtà già una veterana dei circuiti folk, questo è il suo quinto lavoro. Tra una personalità ben definita e le influenze dei soliti nomi del caso, da Suzanne Vega a Joni Mitchell, passando per Vashti Bunyan, azzecca una delle ballate dell'anno, No Consequence.

1. Weyes Blood - Front Row Seat To Earth

Con gioia dei sostenitori e sostenitore, come direbbe Boldrini, delle quote rosa, vi si propone un podio per due terzi femminile. Il disco dell'anno per me è quello della stralunata Weyes Blood, moniker di Nathalie Mearing. Voce ultraterrena e continue invenzioni musicali, oltre ad atmosfere west coast anni '70, che da queste parti sono sempre ben accette. Do You Need My Love è un pezzo da antologia, ma tutto il lavoro è su livelli stratosferici.


domenica 8 gennaio 2017

I Dischi dell'anno 20/11

Ed eccoci alla seconda parte della classifica dei dischi migliori del 2016 più attesa da tutto il mondo occidentale, le Indie e la Polinesia del sud. Alla fine vinceranno gli hipster, qualche dj che si crede musicista, metallari col posto fisso in ufficio o poppettari che sognano ancora Britney Spears? Oppure ascolteremo solo un po' di buona musica? Andiamo a vedere...

20. Shotgun Sawyer - Thunderchief


Sono loro i nuovi redneck del rock blues americano, gli eredi spirituali degli ZZ Top, anche se dall'aspetto non si direbbe del tutto. Se vi sentite orfani dei Black Keys, ormai dediti a uno scialbo pop rock da classifica, ascoltate "Nothing Left To Lose" ed esultate.
19. Dunbarrow - S/T

Dalla Svezia e dal Nord europa in generale ci arrivano tre cose: occasionali perturbazioni gelide, la spocchia del nord civilizzato dove si campa infelici ma con un buon stipendio e il miglior hard rock anni '70 di questi tempi. L'esordio dei Dunbarrow mi ha risarcito della mezza delusione dovuta al cambio di rotta dei Witchcraft, dei cui primi dischi questi ragazzi sono ottimi epigoni.
18. White Lies - Friends

Chi l'avrebbe detto, qualche anno fa, che nel 2016 i White Lies avrebbero seppellito i loro maestri? Già, perché venuti fuori sull'onda del revival New Wave capitanato da band fenomeno come Interpol, Editors e Franz Ferdinand, i WL sembravano un po' i fratellini poveri. Invece sono ancora qui, con un disco sì derivativo fino al midollo, ma con l'innata capacità di trovare la melodia giusta.
17. Cat's Eyes - Treasure House

Torna la creatura di Faris Badwan, leader degli ormai dispersi Horrors, e Rachel Zeffira, soprano, multistrumentista e molto altro. Un lavoro un po' disorganico che si muove tra suggestioni eteree e zampate beat alla Nancy Sinatra, con due protagonisti baciati dal talento.
16. Parquet Courts - Human Performance

I Parquet Courts tentano di quadrare il cerchio dando contorni più precisi al loro indie rock sghembo e ci riescono, sacrificando forse solo un po' del loro fascino; ma forse è anche l'effetto sorpresa ormai venuto a mancare. Comunque una delle realtà più solide della traballante scena rock attuale.
15. Niccolò Fabi - Una Somma Di Piccole Cose

Mai avrei immaginato anni fa di ritrovarmi con Fabi nella mia classifica; eppure questo lavoro è un piccolo gioiello nel panorama desolante del nostro pop. Atmosfere folk che sembrano uscite da Portland e da Bon Iver prima degli sbandamenti elettronici, chitarra, voce e poco più e testi che andrebbero fatti leggere alla generazione tirata su dagli smartphone che stiamo crescendo.
14. The Urges - Time Will Pass

Al ritorno dopo otto anni, i misconosciuti irlandesi ci mandano al tappeto con un disco che pare una raccolta di nuggets del beat e del psych - rock del 1967, con un pezzo come Passing Us By che pare uscito da una capsula del tempo. Irresistibile.
13. Cate Le Bon - Crab Day

Vale un po' il medesimo discorso fatto per i Parquet Courts, la brava Cate sembra volersi dare una forma più compiuta con questo Crab Day. E ci riesce, perdendo qualcosa in fascino e bizzarria, ma attirandosi il plauso di una platea più vasta.
12. Brutus - Wandering Blind

Ancora dal freddo nord, un gruppo che sposta più in su l'asticella della retromania. Infatti qui, più che citare gli anni '70, sembra che i Brutus ci vivano proprio. Tra primi ZZ Top, Black Cat Bones, Leaf Hound e il suono di band di culto ormai dimenticate, i Brutus ci consegnano il miglior disco di heavy blues degli ultimi anni.
11. Matt Elliott - The Calm Before

Tra atmosfere sempre più cupe e depresse e tecnica cristallina alla chitarra, il buon Matt non sbaglia un colpo e torna con un disco dei suoi. Di quelli, talmente emozionanti e vibranti, che ci pensi due volte prima di premere "play".

martedì 3 gennaio 2017

I Dischi dell'anno 30/21

Ed ecco, puntualmente in ritardo, la mia classifica dei dischi dell'anno; doveva essere una top 20, ma nell'attesa che digeriste le classifiche degli altri blog e delle varie testate, quelle serie con BowieRadioheadNickCave ai primi tre posti, gli album sono saliti a 30.
Inutile specificare che si tratta dei lavori che ho più ascoltato e che, per un motivo o per l'altro, mi hanno colpito; il mio blog ha una redazione piuttosto agile, che comprende "Me, myself and i", quindi non ho la presunzione di dire di aver ascoltato tutto quello che c'era da ascoltare, ma tant'è.

30. Higher Time - Electric Citizen

Un disco di classico hard rock anni '70, che pare tornato ormai ufficialmente di moda, con la bella voce femminile di Laura Dolan e le solite influenze tra Led Zeppelin Deep Purple e Black Sabbath; niente di nuovo ma, se fatto così bene, chi se ne frega.

29. Up To Anything - The Goon Sax

Australiani dall'età media che si aggira sui 17 anni che, anziché farsi selfie da bimbiminkia e postarli su Snapchat (Ma faranno anche quello, ne sono sicuro), se ne escono con un album perfetto tra indie sghembo e reminiscenze velvetiane.
28. Ruins - Wolf People

Il ritorno di Jack Sharp e soci dopo il bellissimo Fain. Le consuete atmosfere tra la tradizione d'Albione e pulsioni folk-progressive anni '70, in una visione più moderna e accelerata. Meno convincente del predecessore, ma comunque un bell'andare.

27. Blu & Lonesome - Rolling Stones

Dopo dieci anni gli Stones tornano in studio per registrare un album di cover blues. Le premesse per una bella fetecchia c'erano tutte, eppure Blue & Lonesome suona talmente genuino da ricordare quando il blues di Chicago, Jagger e soci, lo suonavano al Marquee. E ringiovanisce anche Clapton, presente in un paio di numeri.
26. Everything You've Come To Expect - The Last Shadow Puppets

Ritorno attesissimo, almeno dal sottoscritto, non completamente all'altezza del primo episodio. Ma dove i Puppets hanno perso in immediatezza e singoli killer, ne hanno guadagnato in raffinatezza.
25. My Way Home - Eli "Paperboy" Reed

Sembra uscito da una scena dei Blues Brothers, questo ragazzotto del profondo sud americano; perennemente sopra le righe, canta come un predicatore invasato dal signore e suona la chitarra come un novello Lightnin' Hopkins, impossibile non farsi contagiare.
24. Desire's Magic Theatre - Purson

La bellissima voce e presenza scenica di Rosalie Cunningham, vera dea psichedelica, la fanno da padrone nell'irresistibile ritorno dei Purson. Un sacrilego mischione di psichedelia, doom, hard rock e pop, dalle cui spire caleidoscopiche è un piacere farsi avvolgere.
23. IV - Black Mountain

Non delude l'atteso ritorno dei canadesi che dilatano sempre più il loro tipico hard rock in gustose cavalcate che fondono anche suggestioni cosmiche e atmosfere hippie. Sempre in attesa che sfornino il vero capolavoro.

22. The Hope Six Demolition Project - P.J. Harvey

Il glorioso ritorno di P.J. Harvey, ormai mosca bianca del rock, una delle poche a credere ancora nell'impegno civile a chitarra spianata. E riesce quasi a convincerci con un bel gruzzolo di pezzi quantomai centrati, avviandosi ormai nell'olimpo dei personaggi rock intoccabili.
21. La Fine Dei Vent'anni - Motta

Alla faccia della monnezza dei talent, alla fine una rivelazione italiana ce l'abbiamo pure quest'anno. Motta racconta le piccole storie che ognuno si porta dentro, più o meno consapevolmente, e, senza mirare troppo alto, costruisce un lavoro miracolosamente bilanciato tra canzone d'autore e pop.